Saturday 22 october 2011 6 22 /10 /Ott /2011 23:49

 

 

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Fin dai primordi, l’uomo, per necessità e per indole cacciatore, ha avvertito la  necessità di rappresentare in forma grafica o pittorica gli avvenimenti o le situazioni che viveva cacciando. Gli esempi più antichi risalgono all’epoca preistorica, quando con dei graffiti eseguiti sulle pareti delle caverne, si rappresentavano in maniera semplice ma efficace le scene di caccia e con sorprendente realismo, gli animali cacciati.

Uno dei maggiori ritrovamenti artistici dell’età paleolitica, è la grotta di Lascaux in Francia. Sulle pareti ed in particolare sul soffitto, sono rappresentati centinaia di animali, dei buoi, cavalli, bisonti, stambecchi ecc. La tecnica è quella della pittura parietale preistorica, che consiste nello stendere il colore direttamente sulla roccia.

 

  

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Risalente a 17000 anni fa, questo sito è stato definito per la sua importanza  la “ Cappella Sistina della preistoria.

 

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Con il passare dei secoli e nelle diverse culture, l’uomo ha sempre avvertito l’esigenza di rappresentare la caccia sia nella pittura che nella scultura.

Basti pensare alle rappresentazioni di Diana nella scultura greca, alle raffigurazioni a carattere venatorio nel periodo Romano e a quelle del periodo medioevale. Nel rinascimento, quando la caccia era celebrata con festose parate dalle grandi famiglie, agli artisti venivano richieste molte opere a soggetto venatorio.

Persino in quadri a soggetto religioso, in alcuni casi sullo sfondo compaiono scene legate alla caccia 

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Significativo è il fatto che altre attività, come la raccolta di frutta o cereali dalla vegetazione spontanea, fondamentali anch’essi per la sopravvivenza, non venissero in alcun modo raffigurate.

L’uomo preistorico, istintivo e selvaggio, raccontando la caccia si avvicina all’arte, non si sa se a scopo propiziatorio o di semplice rievocazione, ma è cosi che realizza il suo primo approccio culturale.

 L’arte ha raccontato la caccia fino ai giorni nostri, ed in questa consonanza,

nell’area Mitteleuropea si è sviluppata una forma artistica che è diventata poi sinonimo della caccia e del tiro di precisione

L’arte dello” SCHEIBE”.

La Scheibe bersaglio dipinto su legno, si affermò nel 15° secolo in seguito ad un ordinamento di Friedrich Landefurts che imponeva a tutti gli abitanti del Tirolo di addestrarsi all’uso delle armi per difendere la propria “heimat”  ( concetto generico di Patria), dalle frequenti incursioni straniere. Nel 1511 l’editto del Kaiser Massimiliano I°, rimarca la precedente ordinanza. Sono questi eventi a spingere alla creazione di spazi per l’esercitazione al tiro ( Schiebsande ). Ogni manifestazione civile o religiosa era sfruttata per organizzare una gara di tiro. Appannaggio del vincitore, oltre agli altri premi, era sempre lo scheibe conquistato. Quando ci si allontanava dal periodo bellico, in cui il tiro era solo esercitazione alla guerra, la scheibe diventava rappresentazione realistica di luoghi e animali. Gli animali erano rappresentati in modo naturale nella loro vitalità e non soggetti di tiro. La scheibe rappresentava simbolicamente l’evento celebrato. L’iscrizione in latino o in tedesco, a volte in italiano, decifrava il significato allegorico della scena dipinta, con il nome del beneficiario del luogo o il fatto di cronaca. Oggi, con il  propagarsi  nel resto della nostra penisola della caccia di selezione, si sta diffondendo parallelamente anche questa forma artistica.

 

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                                           www.dipintinaturalistici.com

 

 

Di distretto.1ee.santacristina.over-blog.it
Saturday 13 november 2010 6 13 /11 /Nov /2010 09:45

Quando da ragazzo frequentavo l’Istituto d’Arte (erano gli anni del post sessantotto), a seconda di come ci si vestiva si veniva classificati per borghesi o proletari. Poi sono arrivati i metallari, i punk, i dark, i truzzi e ora anche gli emo.  Ognuno di queste categorie o gruppi ha un proprio modo di vestirsi e di atteggiarsi.  L’abbigliamento è quindi sinonimo di appartenenza. L’abito di sicuro non fa il monaco ma è anche vero che ogni ordine monastico ha il suo saio.

                                 Look a confronto.     img020 

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Noi come cacciatori di selezione, a quale modello possiamo rifarci?

Franco Perco, parlando dell’abbigliamento del cacciatore di selezione, sottolineava: non bisogna per forza vestirsi alla tedesca, l’abbigliamento può essere anche quello tradizionale, ma deve essere adeguato all’importanza dell’azione che si sta per compiere.

Io, fin dalla prima uscita in caccia di selezione, benché non avessi ancora elaborato questi concetti, non ho mai indossato gli abiti che potevano risultare un po’ logori perchè normalmente li usavo per la caccia vagante con il cane da ferma. Sapevo di fare qualcosa di diverso e più importante. Premesso che ogni persona deve sentirsi libero di vestirsi come gli va, è anche vero che come ci vestiamo a caccia, è la prima visione che la società si fa di noi. Quello che secondo me sarebbe da evitare è il mimetico di derivazione militare, i giubbotti tattici, i coltelli da Rambo. Così non sembriamo dei cacciatori ma dei guerriglieri. Una mattina di ormai diversi anni fa, incontrai in un appostamento temporaneo ai colombacci, un signore di un paese vicino, vestito con giubbotto tattico e  pantaloni mimetici, con un fucile a pompa nero con calcio ripiegabile, con una canna che credo non superasse i cinquanta centimetri, alla cintura un coltello lungo quasi quanto la canna del fucile.
Si dice che l'abito non fa il monaco. In questo caso quel tizio credo fosse un monaco del convento degli stupidi. In altre attività, vedi ad esempio ciclisti, calciatori, o in qualsiasi attività specialistica, tutti sanno cosa indossare. A caccia molto spesso questo non accade. Si indossano abiti dismessi logori o macchiati magari dalla vernice che abbiamo usato giorni prima. In questo modo sminuiamo l’azione che stiamo compiendo, non abbiamo la fierezza di essere cacciatori e  sembriamo spesso dei rubagalline.
I cacciatori mitteleurorei che hanno una cultura diversa e una diversa considerazione da parte della società, sanno come vestirsi. Consapevoli e fieri del loro status si vestono a volte da cacciatori anche nelle cerimonie civili.
Non dobbiamo copiarli, ma solo prenderli da esempio.

Di distretto.1ee.santacristina.over-blog.it
Thursday 4 november 2010 4 04 /11 /Nov /2010 18:54

 

     

                                                                                                                                                                                     ultimo pasto 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                                                                         

 Ultimo pasto

 

Nell’area mitteleuropea si sono sviluppate fin da tempi remoti delle usanze, che si sono poi diffuse anche da noi, riprese soprattutto da chi pratica la caccia di selezione. La più diffusa è quella dell’ultimo pasto. Questa è una forma di rispetto verso la spoglia del selvatico a cui si è tolta la vita. Era usata anticamente per placare lo spirito dell’animale ucciso e per nutrirlo nel viaggio dell’aldilà. 

Il cacciatore, ricomposta e adagiata la spoglia sul lato destro, inserisce nella bocca del selvatico, il bruch, un rametto di essenza nobile, pino, quercia mugo. Un altro etica

rametto della stessa essenza, appena bagnato  di sangue, viene inserito nella parte destra del cappello. Alla presenza  di un accompagnatore il cacciatore riceve il rametto sul cappello che tiene con la mano sinistra, mentre con la destra  stringe quella dell’accompagnatore, che gli rivolge il tradizionale saluto: waidmannsheil.  In caso di recupero con il cane da traccia, il rametto viene applicato nel collare del cane. Sarà poi suonato il corno. Questi rituali, che ai profani sembrano banalità, sono invece azioni di alto lignaggio e rendono quei momenti un rito, una celebrazione, un momento indimenticabile.

 Rispetto della spoglia è anche una tempestiva e corretta eviscerazione, soprattutto nella stagione estiva, prima che i batteri si propaghino nella carcassa. Il portare sulla nostra tavola della carne di qualità è senza dubbio una fine più degna per quell’animale a cui abbiamo tolto la vita. Sempre per questo principio molti cacciatori stanno adottando per le loro munizioni dei proiettili in rame. La palla di piombo al contatto con i tessuti in gran parte si frantuma e si disperde nelle carni. Il piombo è una di quelle sostanze che non sono smaltite dal nostro organismo e se raggiunge quantità eccessive, può provocare il fenomeno del saturnismo. Alcuni stati americani hanno abolito l’uso dei proiettili di piombo.

 

 La mancanza di cultura venatoria è il principale problema riscontrabile nei comportamenti della gran parte dei cacciatori nostrali.

Molti considerano la spoglia del selvatico soltanto come un insieme di carne e peli, o piume, a seconda della specie cacciata. Ho visto cinghiali abbattuti di mattina, nelle calde giornate di ottobre, abbandonati fino alla sera in balia de mosconi. Ne ho visti altri troppo pesanti perché siano agevolmente caricati, trascinati legati a una macchina, per centinaia e centinaia di metri. Le importanti difese frantumate sul selciato, a testimoniare anche l’assenza di una cultura trofeistica.

 

 

Di distretto.1ee.santacristina.over-blog.it
Thursday 28 october 2010 4 28 /10 /Ott /2010 19:47

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 Nel dipinto sopra riportato, che ho realizzato per l’U.R.C.A in occasione del CA.PE.TAV. svoltosi  nel centro fiere di Bastia Umbra l' 11, 12, 13 giugno 2010, sono rappresentati  nella grafica e negli oggetti riprodotti,  i concetti base della caccia di selezione.

 Al  centro di tutto e sopra a tutto c’è l’etica.

1) L’etica è sinonimo di morale, e designa quelle azioni o comportamenti considerati moralmente giusti, contrapposti a quelli  negativi e sbagliati.

2) La caccia di selezione, che è una forma di caccia conservativa e sostenibile, pone la gestione alla base di tutto ed ha per presupposto la conoscenza che il cacciatore deve avere non solo del territorio ma anche del selvatico insidiato. La conoscenza diventa cultura quando non è superficiale ma viene approfondita, con lo studio della morfologia che ci permette di classificare gli animali per quelle mutazioni dovute al trascorrere delle stagioni e al passare dell’età.  Da qui l’importanza qualitativa dei corsi per cacciatori di selezione, che servono a preparare le persone al compito che dovranno poi assolvere.  Alla base della corretta gestione ci sono i censimenti, che per me sono la parte più bella di questa caccia. Questi devono essere svolti con efficacia e correttezza 

Efficacia, non solo per l’impegno e l’attenzione, ma anche per  la indispensabile conoscenza acqisita e per l'impiego di attrezzature idonee (binocolo e cannocchiale).                                                                                                                                                                     Correttezza,  perché vanno evitate le doppie conte, dichiarando il giusto numero degli animali avvistati.

Nella fase successiva quella degli abbattimenti , per prima cosa bisogna assicurarsi che la taratura della nostra carabina sia perfetta, ed essere sicuri delle nostre capacità. Bisogna evitare inoltre i tiri a distanze esagerate. Un appostamento di caccia non offre mai le condizioni di tiro che può offrire un poligono e un animale non va considerato come un cartello su cui fare le prove. L’etica vuole che  si ricerchino le condizioni per compiere un abbattimento pulito, che non provochi sofferenze per l’animale.

3) Il recupero è un'altro campo della caccia di selezione, che racchiude in se tutti i principi sopra enunciati. Quello del recuperatore è un ruolo e una figura di importanza fondamentale. Questo personaggio preparato con appositi corsi, dopo aver superato insieme al suo ausiliare dure prove di abilitazione, offre ai cacciatori un servizio insostituibile, recuperando animali che altrimenti andrebbero perduti, spesso dopo una lunga agonia. Ogni colpo mancato andrebbe controllato chiamando un recuperatore.  Alla maggior parte dei  colpi che sembrano andati a vuoto, corrisponde se verificato, un animale ferito.

 

 

 

 

                

Di distretto.1ee.santacristina.over-blog.it
Monday 25 october 2010 1 25 /10 /Ott /2010 20:40

 

I CAMPERI DALLA FARGNOLA  Il Distretto di S. Cristina è posto nella maggior parte nel Comune di Gubbio e per una piccola parte a sud in quello di Perugia. Oltre alla tranquillità del luogo e le bellezze paeseggistiche, possono riscontrarsi numerose valenze storico- culturali. Venendo da Perugia al quadrivio di Casa Del Diavolo, si va verso nord e poco dopo sulla sinistra, si scorge Civitella Bennazzone. Questo antico borgo risale all'XI° sec. ma dicesi edificato su un preesistente tracciato romano.

A ovest di Civitella c'è l'Abbazia Celestina, che gia esisteva nel 1109 come casa Benedettina con il nome di S. Paolo in Valdiponte. L'inizio del distretto, coincide con il Castello di Morleschio risalente al periodo medievale. Proseguendo ancora sulla sinistra, c'è Alcatraz, centro turistico culturale, gestito, da Jacopo figlio del "famoso" Dario Fo.

Continuando ancora, dopo il ristorante la Dolce Vita, lasciando la strada principale, si va a sinistra per una stretta stradina e passando davanti a Casa la Valle "bed and breakfast", si arriva a un antico borgo un tempo Castello di S. Cristina, oggi Locanda del Gallo. Questo antico Castello, subì varie vicissitudini per via delle guerre fra Gubbio e Perugia. Fu proprietà dei Conti della Penna  e andò doi in dote al Marchese Cosimo del Grillo. Più avanti, in alto, sulla cima del Monte Folone, c'e una bellissima villa, che da un altitudine di 616 m, tra pini secolari domina le valli sottostanti. Dal 1924 al 1942 fu residenza del Senatore Alberto Bergamini, importante personaggio del giornalismo e della politica.

C'è poi una parte del territorio, detto il corridoio fra la Z.a.c. e la Z.r.c di Montelabate che va dal torrente Ventia o di S.Donato fino alla provinciale che collega Gubbio con Perugia nelle vicinanze di Belvedere.

Questa striscia di circa 500 m. passa nelle adiacenze dell'ormai diruto Castello dei figli di Azzo e per Colle Marzo dove, leggenda vuole che fosse collocato il tempio di Minerva. Lungo il torrente Ventia, si trovano le vestigia del Castello di Febino e del Castello di Colcello che fu ceduto in parte insieme ad alcuni terreni nel 1050 dal Marchese Ugo all'Abbazia di Montelabate o di Valdiponte, oggi proprietà della Fondazione Gaslini di Genova. In parte il territorio del distretto rientra nelle proprietà di questa antica Abbazia, che costruita prima dell'anno 1000 rappresentò il fulcro religioso, economico, culturale di questo territorio. Nella parte nord c'è Monte Urbino che con i suoi 836 m. domina la zona. A ovest verso il Castello di Castiglione Aldobrando, c'è Valmarcola che a differenza del resto del territorio è abbastanza pianeggiante. In questa zona ci sono due agrituriso: la Ginestra e Guinzano. 

 

L'economia di questo territorio si regge sui piccoli allevamenti zootecnici e su un'agricoltura limitata a quello che il territorio collinare consente. A differenza di altre zone limitrofe che hanno subìto un vero e proprio spopolamento, molti dei residenti continuano a risiedere in zona, dimostrando un tenace attaccamento al territorio. In questi ultimi anni, inoltre, si è verificato il fenomeno, che gente di fuori, a volte anche stranieri, attratti dalla particolarità del paesaggio hanno acquistato terreni e casali ristrutturandoli per farne poi abitazioni e anche alcuni agriturismo. La superficie del distretto è di 2200 ettari di cui 400 circa è la Z.a.c. C'è poi un'altra zona addesramento privata recintata di circa 80 ettari.

 

Nella Z.a.c. di Montelabate, vengono svolte alcune gare cinofile ed è frequentata da numerosissimi appassionati. La forte e costante pressione cinofila, la rende inadatta ad ospitare ungulati. La stessa comunque funziona come un polmone perchè cinghiali e caprioli vi trovano rifugio quando apre la caccia nel territorio libero per poi uscirne a caccia chiusa quando la Z.a.c. riapre.

 

Il territorio interessato alla gestione è inferiore a 1800 ettari, ed è per buona parte boscato ed altamente antropizzato.

I campi sono utilizzati per la maggior parte a pascolo. Gli allevamenti zootecnici diffusi quasi ovunque, rendono difficile esercitare la caccia di selezione, soprattutto quando al pascolo ci sono greggi di pecore con gruppi di cani al seguito.                 

 

 

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Saturday 23 october 2010 6 23 /10 /Ott /2010 15:03

 

 

 

 

Paolo e l'M2 

 

 

 

 Più di dieci anni fa quando nella nostra Provincia parlare di Caccia di Selezione era quasi un tabù, mi vedevo seguace di uno sparuto gruppetto di abilitati dalla provincia di Modena, che organizzavano riunioni parlando di questo nuovo metodo di caccia e di un  nuovo concetto, l'etica venatoria. Da subito ho accolto con entusiasmo queste idee che fin'ora ignoravo, diventando socio dell'associazione che con la sua azione ha aperto la strada alla gestione del capriolo in Umbria, l'URCA.

Sono stato abilitato al primo corso nel 2000, quando nel frattempo veniva aperto il primo distretto sperimentale a Scalocchio. Da allora fino a febbraio 2010 ho cacciato nel distretto 1G Montone dove, oltre alle indescrivibili soddisfazioni venatorie, ho avuto la fortuna di trovare delle persone che come me subordinavano la caccia al rispetto delle regole e dell'etica venatoria.

 

Ora la caccia di selezione è diventata una moda. Tra i nuovi corsisti sono sempre più coloro che vogliono l'abilitazione per tirare qualche fucilata ad agosto o a febbraio, che per convinzioni etiche gestionali.

In qualche distretto, sono entrati soggetti che non dovevano diventare cacciatori di selezione, ed in alcuni casi nemmeno essere cacciatori. Questi individui, sprezzanti delle regole, vogliono portare i vizi e le loro cattive abitudini in questa caccia. Il controllo di chi è preposto a tale servizio, per un problema forse di proporzione tra territorio e numero degli addetti, è pressocché inesistente. Nei distretti, spesso troppo grandi per essere ben controllati, non si pone un freno adeguato a pratiche che vanno contro i principi etici sui quali questa caccia si basa. Il rischio che la situazione possa sfuggire di mano è molto alto.                

 

Questa analisi che io ritengo oggettiva, mi ha indotto a dover fare delle scelte.

Continuare la mia esperienza a Montone, o rinunciare a qualche soddisfazione venatoria e per coerenza impegnarmi in un nuovo distretto. La zona rimasta ancora libera, è tra l'1 N Castiglione, l'1 U Montanaldo, l'1 Z Fratticiola e la Z.R.C di Montelabate. Questo è il mio territorio, è quì che sono nato, qui sono nati i miei antenati da ben sedici generazioni, con esso il legame è profondo e forti quindi le motivazioni. Il mio obbiettivo è fare in modo che nell'1ee il rispetto dei principi etici e dei regolamenti divenga abitudine.  

                                                                                       WAIDMANNSHEIL

 

 

 

 

 

 

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